Serpente

scritto da GZ
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Ispirato alla mia poesia "Tempo". Con questo testo non voglio offendere la sensibilità di nessuno, e qualora qualcuno si sentisse toccato, mi scuso anticipatamente: non è la mia intenzione, è solo una mia personale interpretazione.
- Nota dell'autore GZ

Testo: Serpente
di GZ

Alle cinque e cinque, alla stazione di Orte, c’era sempre più sabbia di quanta ne fosse plausibile: non veniva dal mare - che stava lontano - né dai cantieri dietro il parcheggio, perché quelli erano fermi da anni: fermi come certe promesse elettorali che li fanno partire. 
Sergio la trovava ogni mattina mentre passava la scopa lungo il sottopassaggio, e ogni mattina pensava che quei granelli, presi uno per uno, fossero insignificanti.
Lavorava per una cooperativa di pulizie: quattro ore ufficiali, sei reali e stipendio dimezzato da trattenute che nessuno gli aveva ancora spiegato. Aveva cinquantanove anni e una schiena che faceva i capricci. Il suo lavoro si svolgeva mentre i pendolari gli scorrevano accanto senza guardarlo: visi gonfi di sonno, mani strette sui telefoni, pollici che si accavallavano sul vetro. 
Sergio li guardava senza giudizio. Anche lui d'altronde aveva il suo telefono, e anche lui lo teneva in tasca. Dentro c’era la voce di Elena.
«Sono in ritardo, amore. Compra tu il pane.»
Era un messaggio vocale di otto anni prima - tredici secondi appena- salvato, copiato, ricopiato, mandato a sé stesso per paura di perderlo. Elena era morta due ore dopo averlo registrato su una provinciale lucida di pioggia per colpa di un camionista stanco e di una curva forse presa male. Da allora Sergio odiava il tempo con una precisione quasi professionale. Lo odiava nei calendari, nei compleanni, nelle date di scadenza, nelle rughe improvvise. Lo odiava soprattutto perché continuava, maleducato, anche senza di lei.

Quella mattina la sabbia era tanta: formava piccoli mucchi vicino al binario tre, sembrava che qualcuno avesse svuotato una clessidra gigante durante la notte. Sergio sbuffò, appoggiò il secchio, tese la scopa e poi si chinò con la paletta.
Fu allora che lo vide: tra la sabbia, lungo il bordo della banchina, un po' in ombra; scorreva un serpente. Non era grande: era sottile, color ruggine, con una pelle che pareva fatta di carta velina.
Sergio rimase immobile.
«Non urlare» disse il serpente.
Sergio titubò appena.
«Non ne avevo intenzione» rispose. «Alla mia età uno si stanca anche di urlare.»
Il serpente sollevò appena la testa. Negli occhi non aveva pupille, ma due vetri neri.
«Tu mi insulti tutte le mattine.»
Sergio capì subito. Non seppe perché, ma capì.
«Sei il tempo.»
«Così mi chiamate quando vi serve un colpevole.»

Un regionale entrò in stazione. I pendolari si disposero in fila con la tristezza disciplinata di chi ha già la consapevolezza di aver sprecato una giornata. Il serpente si allontanò passando tra le loro scarpe. Nessuno lo vide, o forse ciascuno lo vide a modo suo: un uomo controllò l’orologio e bestemmiò; una ragazza si fotografò il viso, poi cancellò la foto; un vecchio sistemò la fede sul dito come se gli stringesse.
«Una volta» disse il serpente «mi davate più rispetto: nomi divini, effigi sui templi e sulle tombe. Ora mi accusate solo dei treni in ritardo e delle facce vecchie.»
«Non sei innocente» disse Sergio.
Il serpente rise. «Voi lo siete? Voi pretendete che io resti fermo oppure che corra, che torni indietro o che torni da capo. Non vi basta vivere: volete correggere la vita dopo averla corrotta.»
Sergio strinse la paletta: gli venne voglia di schiacciarlo. Sarebbe stato facile, forse un colpo secco e tanti saluti al tempo.
«Io non voglio correggere niente» disse. «Voglio solo riascoltare la voce di mia moglie.»
Il serpente abbassò la testa verso la sabbia. «Lo fai già ogni giorno.»
Sergio non rispose.
«E ogni giorno la costringi a tornare per dirti di comprare il pane.»
Quelle parole gli entrarono sotto le costole con una cattiveria gratuita. Sergio lasciò cadere la paletta, il rumore fece voltare due studenti, poi niente.
«Sta’ zitto.» disse quasi sottovoce.
«I morti non sono stanze da tenere illuminate tutta la notte», disse il serpente. «Hanno diritto al buio. E anche al silenzio.»
Sergio sentì salire una rabbia vergognosa. «Tu me l’hai portata via.»
«No. Io sono passato.»
«È uguale.»
«No» disse il serpente. «È la differenza tra una ferita e una scusa.»

Il regionale ripartì. Per qualche secondo la banchina restò vuota, sporca di carte e sabbia.
Sergio si sedette sulla panchina, stremato - non lo faceva mai durante il turno.
Da vicino vide che il serpente aveva la pelle piena di segni: nomi, frasi dette male, date cancellate. Portava addosso il marchio di tutti quelli che lo avevano odiato.
«Se sei così stanco» mormorò Sergio «perché non te ne vai?»
«Perché la materia non sa stare ferma. Io non decido nulla.»
«Comodo così.»
«No. Necessario.»

Dalla tasca di Sergio uscì una vibrazione: il telefono. Sullo schermo comparve il nome di sua figlia: Marta.
Non rispose.
Marta aveva trentadue anni, due figli piccoli e la voce di chi si nasconde sempre un po’. Da anni lo invitava a pranzo la domenica, da anni lui trovava scuse: il turno, la stanchezza, il cimitero, il mal di schiena. La verità era che i bambini ridevano troppo forte e lui, davanti a quella vita senza Elena, si sentiva tradito, come se la vita di Marta avesse osato continuare.
Il telefono smise. Dopo poco arrivò un messaggio.
Papà, oggi sono otto anni. Lo so che vai da mamma. Se dopo vuoi passare, ci siamo. Leo ha imparato a scrivere il tuo nome.
Sergio lesse due volte. Poi bloccò lo schermo.
Il serpente lo guardava.
«Non cominciare» disse Sergio.
«Non ho detto niente.»
«L’hai pensato.»
«Io non penso. Sono l’avanzo di una mente che ha sbagliato mestiere.»
Questa volta Sergio rise. Una risata secca, quasi un colpo di tosse. «Parli come un poeta ubriaco.»
«I poeti mi nominano spesso. Poi appallottolano i fogli e danno la colpa a me.»
Sotto la panchina c’era davvero un foglio accartocciato. Sergio lo raccolse: era scritto a penna, con una grafia nervosa. Non riuscì a leggere tutto: parole storte, cancellature, e una frase rimasta intera al centro recitava:
nell’illusione che un granello basti a sé stesso.
Sergio fissò la riga: gli parve assurda. Pensò ai granelli che spazzava ogni mattina convinti forse di essere deserto quando, in verità, bastava un soffio a separarli. Pensò a Elena, inchiodata da otto anni a un messaggio sul pane.
«Voglio dormire lì» disse il serpente.
«Nel foglio?»
«Per un po’. Sono nauseato dai voi.»
Sergio aprì la mano. Il serpente vi salì senza peso. Era freddo, ma non come una cosa morta: freddo come chi ha amato troppo. Poi scivolò nelle pieghe del foglio e sparì.

Per tutta la mattina Sergio lavorò male: lasciò indietro due cestini pieni, dimenticò il cartello del pavimento bagnato, e si fece anche rimproverare dal caposquadra. Alle dieci e quaranta finì il turno. Di solito a quell’ora prendeva l’autobus per il cimitero, comprava tre gerbere bianche e passava mezz’ora davanti alla lapide di Elena raccontandole cose che non erano più vere.
Quel giorno restò davanti all’uscita della stazione con il foglio in tasca. Il telefono pesava; lo tirò fuori; cercò il messaggio vocale di Elena; il pollice tremò sopra l’icona. Bastava un tocco e lei sarebbe tornata, ubbidiente, a dirgli del pane.
Poi pensò al giorno del funerale, a Marta bambina, a quando le aveva preso la mano e lui non aveva sentito la stretta tanto era occupato a non morire anche lui. Pensò a Leo che scriveva il suo nome, forse storto, forse con la G al contrario. Pensò ai morti costretti a restare presenti perché i vivi non sanno perdonarsi di essere rimasti.
Non cancellò il messaggio, ma mise il telefono in tasca senza ascoltarlo.
Al chiosco comprò le gerbere. Poi, invece di prendere l’autobus per il cimitero, salì sul regionale per Viterbo: lì viveva Marta.

Durante il viaggio, seduto accanto al finestrino sporco, vide i campi scorrere in una luce incerta. I pendolari intorno a lui dormivano con la bocca aperta, litigavano piano, scrivevano messaggi, controllavano notifiche. Il tempo passava su tutti, non come un re, non come un ladro; come un inserviente stanco di fare il suo mestiere.
Sergio infilò una mano in tasca e toccò il foglio: dentro qualcosa si mosse appena.

Quando Marta aprì la porta, non disse subito niente. Aveva gli occhi di Elena nei giorni difficili.
«Ho comprato dei fiori» disse Sergio, e si vergognò perché sembrava una frase stupida.
Marta guardò le gerbere, poi guardò lui.
«Per la mamma?»
Sergio annuì. «Pensavo di metterle qui. Se per te va bene.»
Dalla cucina arrivò un bambino con un foglio da disegno. Sopra c’era scritto NONO SEIO, con le lettere grandi e storte. Sergio lo prese come si prende un documento importante.
«Sono io?» chiese.
Leo annuì serio. «Nonno Sergio. Però non mi stava tutta la erre.»
Sergio sentì qualcosa cedere, non fu un crollo; fu più simile a una serratura che, dopo anni, accetta la chiave.
Marta si mise una mano sulla bocca. Lui avrebbe voluto chiederle scusa per ogni domenica mancata, per ogni pranzo rifiutato, per ogni volta in cui l’aveva lasciata vivere sola. Però le scuse grandi, quando arrivano tardi, rischiano di diventare un’altra forma di egoismo. Così disse soltanto:
«Posso restare un po’?»
Marta lo abbracciò senza rispondere. Aveva un odore di sugo,  e fatica.
Quel pomeriggio misero le gerbere in un vaso al centro del tavolo. Non al cimitero, non davanti a una pietra, ma tra piatti sbeccati, briciole, pennarelli senza tappo e due bambini che litigavano per una forchetta. Sergio raccontò una storia di Elena: non l’incidente, non la malattia del tempo, ma quella volta in cui aveva bruciato una torta e aveva preteso di chiamarla “dolce affumicato”. Marta rise e i bambini risero perché rideva lei.
Per la prima volta dopo otto anni, Elena non sembrò convocata; sembrò passare di lì per conto suo, senza obblighi.
La sera, tornando alla stazione, Sergio tirò fuori il foglio appallottolato. Lo aprì con cura e il serpente vi dormiva tra le pieghe come fosse una virgola.
«Avevi ragione» disse Sergio piano. «Un granello non basta a sé stesso.»
Il serpente non aprì gli occhi. Forse sorrise, ma con i serpenti non si capisce.

Serpente testo di GZ
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